Il Centro per la Concorrenza Fiscale studia l’impatto di una forte concorrenza fiscale e la tutela della privacy in materia finanziaria sulla libertà e proprietà individuali.

Perché i paradisi fiscali sono una benedizione

Un aggiornamento sulla crociata dei paesi europei e dei burocrati internazionali contro i paradisi fiscali.

Compiaciuti e fiduciosi per la giustizia della loro causa, i paesi europei e i burocrati internazionali spingono per un giro di vite contro i paradisi fiscali. Ma la loro crociata farà più male che bene.

Se Ian Fleming avesse mai sentito il bisogno di scrivere un romanzo di spionaggio sulla politica fiscale, avrebbe potuto trovare del buon materiale nel recente acquisto da parte dei servizi segreti tedeschi di dati confidenziali di clienti rubati ad una banca del Liechtenstein. Con la sua lista di presunti evasori in mano, la Germania si unisce ad altri paesi europei nel chiedere che il Liechtenstein e altri cosiddetti paradisi fiscali allentino le loro leggi sulla privacy, in modo tale che il fisco straniero possa avere traccia e assoggettare ad imposta i capitali investiti in giurisdizioni a basso livello di tassazione. L'Unione europea e l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), intuendo il momento opportuno, aggiungono la loro voce al coro che chiede una repressione dei paradisi fiscali.

Quando si pensa ai paradisi fiscali, si è inclini a immaginare enclavi di oscuri dilettanti internazionali amanti di yacht, grondanti di gioielli che si rallegrano dell'ultima scappatoia fiscale che hanno trovato i loro commercialisti. Questa immagine popolare e il fatto che pochi di noi abbiano un milione di dollari in conti bancari privati di Andorra, o Monaco rende ancor più facile per molti gioire per la crociata condotta dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Perché il ricco sfondato dovrebbe farla franca, ci dice la logica comune, mentre il resto di noi paga quanto dovuto? Eppure, la saggezza convenzionale non potrebbe essere più sbagliata. Noi siamo tutti beneficiari dei paradisi fiscali in modi che non ci si potrebbe immaginare.

In primo luogo, se si vive in un paese sviluppato, le tasse sono probabilmente molto più basse oggi di quanto non fossero 30 anni fa, in parte grazie ai paradisi fiscali. Nel 1980, i più elevati tassi di imposta sul reddito personale nei paesi OCSE erano in media pari a oltre il 67% e le aliquote di imposizione fiscale sulle società erano nello stesso anno in media pari a quasi il 50%. Ad aggravare il danno, i paesi imponevano abitualmente livelli aggiuntivi di imposizione sul patrimonio, comprese le imposte sui dividendi, le tasse sugli utili di capitale, le tasse di successione e sul patrimonio. Queste politiche hanno scoraggiato il risparmio e gli investimenti, soffocando la crescita economica e causando notevoli difficoltà economiche.

A partire da Reagan e Thatcher, tuttavia, i governi hanno fatto la gara a tagliare le aliquote fiscali e a varare riforme fiscali. Le aliquote di tassazione individuale più elevate ora sono in media solo il 40%, e le aliquote applicate alle società sono state ridotte a una media di circa il 27%. È in gran parte la globalizzazione, non l'ideologia, che ha guidato questa virtuosa "corsa verso il basso". I governi stanno tagliando le tasse perché temono che l'occupazione e gli investimenti fuggiranno oltre i confini nazionali. I paradisi fiscali, fornendo un rifugio sicuro per le persone che cercano di schivare aliquote fiscali da esproprio, hanno svolto un ruolo cruciale in questi sviluppi positivi. Meglio avere una parte degli introiti con aliquote modeste, hanno concluso i legislatori, che imporre aliquote fiscali elevate e perdenti.

In secondo luogo, ducati europei e isole dei Caraibi non sono gli unici luoghi che danno il benvenuto ai rifugiati fiscali. Gli Stati Uniti, per esempio, potrebbero essere considerati il rifugio fiscale più grande del mondo. Il governo degli Stati Uniti in genere non tassa interessi e plusvalenze percepiti dagli stranieri che investono in America. E dal momento che l'IRS non raccoglie dati su detti pagamenti, raramente vi è alcuna informazione da condividere con autorità fiscali estere. Inoltre, le strutture delle società statunitensi, come quelle del Delaware e del Nevada, sono per gli stranieri eccellenti strumenti di gestione dei propri investimenti. Grazie anche a queste interessanti politiche, oggi gli stranieri hanno più di 12 mila miliardi di dollari investiti negli Stati Uniti. Se gli sforzi della Merkel avranno successo e tutte le nazioni si vedranno costrette a far rispettare le leggi fiscali straniere, è molto probabile che una quota consistente del capitale capace di creare posti di lavoro fuggirà negli Stati Uniti.

Infine, vi è anche un argomento morale a sostegno dei paradisi fiscali: essi svolgono un ruolo fondamentale nel proteggere le persone che sono oggetto di discriminazioni religiose, etniche, sessuali, politiche, razziali o di persecuzione. La maggior parte della popolazione mondiale vive in regimi che hanno insufficiente protezione dei diritti umani, e le persone con un patrimonio sono spesso gli obiettivi dei governi oppressivi. La capacità di mettere i soldi in un paradiso fiscale offre tutele importanti per queste vittime potenziali. Anche le Nazioni Unite, in una relazione del 1998 che attaccava i paradisi fiscali, si sentì obbligata ad ammettere che: "Per gran parte del ventesimo secolo, i governi di tutto il mondo hanno spiato i loro cittadini per mantenere il controllo politico. La libertà politica può dipendere dalla capacità di nascondere informazioni meramente personali da un governo".

Nonostante il forte argomento a favore dei paradisi fiscali, i burocrati internazionali vedono una grande opportunità per espandere il loro raggio d'azione. L'OCSE sta cercando di approfittare della polemica del Liechtenstein, rinnovando la sua campagna "concorrenza fiscale dannosa" contro i "paradisi fiscali non cooperativi", cioè quei paesi che contribuiscono a far una migliore politica fiscale. Questo sforzo, in gran parte inattivo a partire da quando l'amministrazione del presidente George W. Bush ha ritirato il sostegno nel 2001, ha messo i paradisi fiscali in una lista nera e li ha minacciati con tasse discriminatorie e restrizioni di accesso ai mercati, se non accettavano di diventare esattori delle imposte per conto dei paesi ad elevata tassazione.

La Commissione europea, intanto, dice che l'imbroglio indica la necessità di espandere la direttiva UE sulla tassazione dei risparmi, un accordo di condivisione delle informazioni per consentire ai paesi come Francia e Germania di tassare gli interessi che i loro cittadini guadagnano in posti come il Lussemburgo. A partire da ora, si applica solo a limitate tipologie di redditi da capitale nei paesi europei e dei loro territori. Ma taluni ambiziosi esattori fiscali europei vogliono mettere le mani su tutte le forme di reddito da capitale, e vogliono che i governi non europei come Singapore, gli Stati Uniti e Hong Kong partecipino a quello che equivale ad un cartello fiscale.

Fortunatamente, l'OCSE e le proposte dell'UE hanno davanti a sé una strada in salita. L'OCSE è stata in grado di ottenere dai paradisi fiscali iscritti nella lista nera la firma di cosiddette lettere d'impegno con le quali essi promettono di indebolire le loro leggi fiscali e sulla riservatezza, ma questi impegni soggiacciono a una certa "parità", nel senso che i paradisi faranno ciò solo se ogni altro paese concorderà con la stessa politica, compresi i membri dell'OCSE, come gli Stati Uniti, Svizzera e Lussemburgo, e non membri dell'OCSE, come Hong Kong e Singapore. La direttiva UE sulla tassazione dei risparmi, affronta ostacoli simili, in gran parte per le stesse ragioni.

Questa è una buona notizia. La concorrenza fiscale sta guidando la politica fiscale nella direzione giusta, e i paradisi fiscali svolgono un ruolo chiave in questo processo di liberalizzazione. Paesi con tasse elevate si lamentano del fatto che paesi come il Liechtenstein consentano l'evasione fiscale, ma questo evita l'ovvia questione che le aliquote fiscali più basse e la riforma fiscale sono un modo decisamente migliore di ridurre l'evasione. La verità è che quelli che fanno la crociata contro i paradisi fiscali costerebbero a tutti noi molto di più di quanto il minuscolo Liechtenstein sia mai stato capace di costarci.

La traduzione italiana è di Gianluigi Premazzi.

Gennaio 2009